giovedì 18 settembre 2008

BRUNELLO: UNA STORIA INFINITA ?

Riporto uno scritto di Angelo Gaja.

Il caso Brunello di Montalcino
Nella decade sessanta i vigneti di Sangiovese atti a produrre Brunello di Montalcino non raggiungevano i 60 ettari, i produttori una ventina, le bottiglie prodotte non più di 150.000; nello stesso periodo gli ettari piantati a Nebbiolo nell’area del Barolo erano 500, 115 i produttori/imbottigliatori, 3.000.000 le bottiglie di Barolo prodotte annualmente. Mentre però il Barolo non aveva un leader il Brunello di Montalcino aveva già in Biondi Santi un padre fondatore, l’artigiano che nel tempo aveva tenuto altissima la bandiera della qualità e del prezzo di un Brunello aristocratico, raro, prezioso, alla portata soltanto dei pochissimi che se lo potevano permettere.

E poi arrivò Banfi
Per capire come sia esploso il fenomeno del Brunello di Montalcino non si può prescindere da Biondi Santi e da Banfi. Banfi, di proprietà dei fratelli americani Mariani distributori di vini sul mercato USA, innesca nella rossa Montalcino il sogno americano: il futuro è vostro amico, crescete e moltiplicatevi.
L’avventura inizia con una serie di errori clamorosi.
Con il benestare delle amministrazioni locali e dei sindacati agricoli i siti da destinare a vigneto vengono letteralmente stravolti, boschi e querce secolari abbattuti, colline abbassate di decine di metri…; con l’assistenza dei guru della viticoltura vengono introdotte tecniche colturali che stanno agli antipodi della coltivazione accurata della vite; anziché piantare Sangiovese per produrre Brunello di Montalcino vengono piantati 500 ettari di Moscadello per produrre una specie di lambrusco bianco che non avrà successo. L’impresa sembrava volgere verso un fallimento clamoroso.
E invece, miracolo, dopo lo sbandamento iniziale Banfi prende atto degli errori commessi, attua con tempestività la riconversione dei vigneti, punta con grande decisione alla produzione del Brunello di Montalcino e diventa il motore trainante della denominazione costruendo sul mercato USA, il più importante al mondo per i vini di immagine e di pregio, una forte domanda che ben presto ricade sugli ignari produttori di Montalcino e si propaga in tutto il mondo.

Nessun’altra DOCG italiana ha la fortuna di avere un leader storico ed un leader di mercato come il Brunello di Montalcino. Grazie ad essi montò l’interesse, da parte di produttori/investitori italiani ed esteri, di venire a tentare l’impresa a Montalcino contribuendo così a consolidare la straordinaria spinta di crescita e di affermazione della denominazione sui mercati internazionali.

Oggi gli ettari di Nebbiolo iscritti all’albo del Barolo sono 1.800 mentre quelli di Sangiovese riconosciuti idonei alla produzione del Brunello sono diventati 2.000 - e sì che i produttori hanno cercato di frenarne la corsa introducendo il blocco degli impianti – 250 i produttori e 7 milioni le bottiglie prodotte annualmente.

E’ stato da più parti fatto osservare che la maggioranza dei nuovi vigneti non possiede caratteristiche pedoclimatiche tali da assicurare al Sangiovese di esprimere vini di eccellenza e si è lamentata la mancata zonazione (catalogazione scientifica dei terreni con la delimitazione di quelli vocati e di quelli no): ma la zonazione in nessuna parte del mondo – ad esclusione forse della Borgogna che riconosce però non una, ma oltre cento denominazione d’origine diverse - è diventata il principio ispiratore dei disciplinari di produzione. Meno che mai in Italia ove si è più propensi a coltivare la solidarietà e la compiacenza.

Oggi a Montalcino c’è una minoranza di produttori che gode di un doppio privilegio: di avere vigneti iscritti all’albo ed in più di possedere vigneti di Sangiovese altamente vocati capaci di esprimere vini di eccellenza. E poi esiste una maggioranza di produttori che gode a pieno titolo soltanto del primo privilegio. Sia dagli uni che dagli altri i consumatori si attendono un Brunello di Montalcino di elevata qualità.

Il disciplinare di produzione, redatto nella decade sessanta, quando gli ettari iscritti all’albo erano ancora una sessantina, impone il 100% di Sangiovese per la produzione del Brunello di Montalcino. Con l’esplosione della superficie vitata la maggioranza dei produttori in possesso di vigneti di dubbia vocazione avvertiva la necessità di migliorare la qualità dei loro vini e apparve ai più evidente che l’imposizione del 100% di Sangiovese risultasse penalizzante.
Si ritenne che il miglioramento genetico del Sangiovese attraverso la selezione clonale e l’introduzione di nuove tecniche di vigneto e di cantina avrebbero cambiato la situazione, mentre invece la questione resta sul tavolo oggi come allora.

Se le indagini che la magistratura ha in corso accertassero l’impiego di varietà diverse dal Sangiovese per la produzione del Brunello di Montalcino, la mancanza più grave commessa dai produttori sarebbe stata a mio avviso quella di non essersi adoperarti prima per modificare il disciplinare di produzione e rimuovere il vincolo del 100% di Sangiovese.

Voglio ricordare che il disciplinare del Rosso di Montalcino è ancora più inadeguato, presuntuoso e fuori del tempo. I disciplinari di produzione si possono modificare ed il compito spetta esclusivamente ai produttori. Ad ostacolare la modifica del disciplinare è il conflitto di sempre tra i produttori artigiani ed i produttori di grandi volumi, ispirati come sono a filosofie di produzione e a strategie di vendita diverse.

Se si guarda però allo strepitoso successo del Brunello di Montalcino, occorre riconoscere che è nato dall’azione sinergica degli uni e degli altri, che gli uni e gli altri sono stati preziosi nel procurarlo e consolidarlo.
Ho letto che si ritiene inadatto ora un intervento atto a modificare il disciplinare di produzione del Brunello di Montalcino, quando l’indagine avviata dalla Magistratura è ancora in corso. A mio avviso è invece arrivato il momento di pensare seriamente al dopo cominciando dalla modifica del disciplinare; essa richiede coraggio, tolleranza e rispetto reciproco da parte dei produttori.

Occorre individuare una formula che consenta agli artigiani di esprimere nei loro vini la straordinaria dignità del Sangiovese e di poterla dichiarare in etichetta rendendo così riconoscibile la loro fedeltà al 100% della varietà, ed ai produttori di grandi volumi di poter operare con maggiore elasticità: e tutti e due i vini debbono potersi fregiare del nome Brunello di Montalcino".

Angelo Gaja
26 agosto 2008

sabato 13 settembre 2008

VINI DI UN ALTRO MONDO


Sì, i vini aromatizzati fanno parte di un altro mondo sensoriale, al quale non si è molto abituati, anche se spesso li beviamo, ma distrattamente, senza soffermarci e soprattutto senza conoscerne la storia.
Sono vini che hanno antichissime origini, intorno alle quali non tutti sono d'accordo, principalmente perché mancano documenti attendibili; ci si accontenta di supposizioni e deduzioni, essendo ognuno certo che la propria visione sia quella giusta.
Non desidero entrare nel dibattito, ma riportare alcuni dati, che sembra siano sicuramente certi.
Fu ben presto notato, dai nostri antenati, che da certe erbe si potevano trarre sostanze che giovavano alla salute e fu altrettanto riscontrato che l'alcol ne esaltava l'effetto; non sappiamo chi per primo giunse a confezionare un infuso idroalcolico di erbe medicinali - appunto! -, ma conosciamo l'attività di Ippocrate, dei medici dell'antica Roma, della Scuola Salernitana, delle pratiche curative dei dottori arabi del Mille; siamo di fronte ad una tradizione che è giunta sino a noi, talvolta trasmessa oralmente, talaltra mantenuta segreta, racchiusa tra le mura di monasteri e nei retrobottega di erboristi-farmacisti.
L'evoluzione della medicina e dei sistemi di cura ha messo in secondo piano questi prodotti, riservando loro il ruolo di blandi corroboranti o digestivi; gli aspetti organolettici hanno fatto poi il resto: oggi li si beve perché piacciono o perché sono entrati nel vasto mondo delle abitudini, come i vermouth.
Esistono altri vini, che non hanno mai avuto la pretesa di essere medicinali, ma semplicemente di essere gradevoli, ottenuti con componenti vegetali, fiori e frutti, di facile reperimento, quando non altrimenti utilizzabili: quest'ultimi hanno certamente origine dalla cultura contadina, adusa da sempre a sfruttare tutto ciò che offre la terra.

Una pillola storica
Il vermouth, o vermut, è un vino ippocratico - vino con aggiunta d'infuso di spezie - nato in Italia, intorno alla prima metà del 1700, ma porta un nome straniero. Due sono le teorie: la prima sostiene che il termine derivi dall’erba aromatica più importante nella sua preparazione: l’artemisia, chiamata in tedesco “wermut”; l’altra è legata a Luigi XIV, che aveva l’abitudine di sorseggiare un rosolio - Ros-Solis -, preparato appositamente da un confettiere piemontese. La bevanda. diventata di moda fra gli ufficiali dell’esercito reale durante gli spostamenti in Germania, nel linguaggio militare cambiò il suo nome in “Vermuth” da “Wehr”(armata) e “Mut”(coraggio).


Tenendo conto di queste stringate considerazioni, riporto le impressioni generate dalla degustazione di 8 prodotti, di fattura ed origine differenti, con la precisazione che i voti espressi devono essere considerati con beneficio d'inventario, essendo estremamente difficile, se non impossibile, applicare a queste bevande i criteri usuali; sono valutazioni squisitamente personali, dettati dal gusto e dalla piacevolezza.

Le Villacce - Vino e visciole - Maurizio Manni, Lunano PU: a base di vino sangiovese, è prodotto fin dai tempi del Duca Federico di Montefeltro; presenta un bel colore rosso rubino vivo; i profumi della visciola si sposano a quelli del vino ed il frutto è nettamente percepibile in bocca; la tannicità e l'amarognolo sono dovuti soprattutto alla presenza dei semi del frutto posto in infusione; grasso e dolce, delicato, con buona acidità, a lungo persistente. 83/100

Visciolata - Vino e visciole - Michele Massaioli, Pergola PU: il vino vernacolo, nome locale dell'aleatico, è stao fatto fermentare con le ciliege selvatiche, per ottenere una bevanda eterea, dal netto profumo di visciola, di foglie secche e di fumo; percepibile la presenza di componenti iodate, causate dalla leggera ossidazione dell'alcol; la limitata acidità e la componente dolce fanno sì che sia ababstanza stucchevole e poco elegante. 78/100

Feuilles de cerises Passione - Ratafià - Coima, Bastia RA: prodotto secondo una ricetta del 1797, impiega solo le foglie dei ciliegi coltivati nella Riserva Naturale di Villa Romana a Russi, in provincia di Ravenna; il vino base è il cabernet di Romagna; il colore rosso rubino porta tracce di ossidazione, che sono riconoscibili al gusto; spezie tropicali, cannella, lauro e pepe si mescolano alle note metalliche; intenso ma poco elegante, possiede eccessiva alcolicità, che tuttavia non impediscono la lunga persistenza degli aromi. 80/100

Passione Rossa - Buttafuoco chinato - Franco Pellegrini, Canneto Pavese PV: Fine, elegante, aromatico, con profumi di china e di rabarbaro, uniti a sentori di legno secco; rotondo e persistente in bocca, gradevole e molto persistente, vinoso; si può definire vino rilassante, da fine serata, da centellinare con tranquillità, magari riandando ai momenti piacevoli trascorsi. 85/100

Rabarmasino - Rabarbaro - Regia Farmacia Masino, Torino: ad un ottimo vino bianco siciliano, del quale non è dato sapere, sono ste aggiunte le radici del rabarbaro e della genziana, più estratti di boldo e assenzio; prodotto in quantità limitata fino dal 1667, è un ottimo aperitivo-digestivo; nonostante la percepibile presenza dell'alcol - 15% - è elegante e molto speziato; oltre agl'ingredienti di base, si percepiscono la cannella, lo zafferano, il macis, il pepe bianco e rosa; ha lunghissima e gradevolissima permanenza; le note amare sono sapientemente bilanciate dalla presenza dello zucchero; un vino medicinale in realtà molto poco medicinale e molto beverino. 90/100

Vermouth Classico - Martelletti, Cocconato d'Asti: l'ottimo moscato d'Asti conferisce uno splendido colore giallo zafferano ossidato; sono presenti i tipici profumi dell'assenzio, o artemisia, e delle scorze degli agrumi, insieme alla china ed a spezie d'oltremare; in bocca predomina l'assenzio, che si presenta con fresche note mentolate; elegante, agrumato e vanigliato; il delicato sentore amaro chiude un panorama gusto-olfattivo decisamente complesso. 90/100

Barolo Chinato - Cappellano, Serralunga d'Alba, CN: a detta di molti, si è in presenza del vero barolo chinato: di certo, sono sorprendenti l'eleganza e la perfetta mescolanza delle spezie, annegate in un colore rosso vivo con riflessi granata; vinoso, denuncia l'origine del nobile vino; tannico, morbido, avvolgente, balsamico; le note dolci molciscono l'amaro della china per generare una lunghissima, disarmante persistenza. 92/100

Ippocrasso - Vino aromatizzato alle spezie d'Oriente - Luigi Spertino, Mombercelli AT: al Barbera d'Asti Doc di Luigi Spertino sono aggiunte spezie preziose ed erbe aromatiche, secondo un'antica ricetta medievale, appena rivisitata; il pepe, nelle sue differenti varietà, la fa da padrone, rendendo questo prodotto quasi eccessivo; le note fresche di salvia, rosmarino, scorze essicate di agrumi aumentano la potenza e prolungano la persistenza; un vino aromatizzato irruente, di non facile apprezzamento, anche se interessante come reperto storico. 88/100

VINI DELLA RIOJA


Non capita spesso di poter assaggiare vini che sorprendono: m'è capitato alcuni giorni fa, quando, presso l'Enoteca Ronchi di Milano, ho incontrato Maria Lopez de Heredia ed i suoi vini.
Simpatica, preparata ed innamorata delle sue bottiglie, ha saputo trasmettere la passione che anima questa famiglia da più di un secolo e che rappresenta una delle migliori espressioni di questa regione.
Vini possenti, ottenuti da vitigni vecchi di decine d'anni, lentamente affinati in piccole botti a lungo riutilizzate, che imbottigliati riposano per anni in cantine suggestive; pochi sono gl'interventi dettati dalle tendende moderne, poiché è preferito lasciare che la "natura" - si fa per dire - faccia il suo corso.
Sorprendente è il corpo che accomuna le diverse tipologie, unito alla leggerissima ossidazione che conferisce note d'eleganza, aumentando il piacere dell'assaggio, ed alla quasi impercettibile sfumatura legnosa.

Sono stati degustati, nell'ordine:




  • Viña Tondonia Rosado 1997, da uve garnacho e viura, imbottigliato nel 2002: il colore pelle di cipolla rosa sfuma nel giallo oro, conferendo al vino un aspetto sorprendente; che si applica alle sensazioni percepite dal naso e dalla bocca: profumi di frutta matura, rosa appassita, pasticceria insieme a lievi note ossidative; l'ottima acidità s'unisce alla pesca, che prima si percepisce acerba e poi si trasforma in confettura; la sensazione minerale accompagna note di liquirizia appena accennate; secco, di buon corpo, di lunga persistenza.
    Un rosato sorprendente, più simile a quelli francesi che non a quelli pugliesi. 85/100


  • Viña Cubillo Tinto Crianza 2002, da uve tempranillo, garnacho, graciano e mazuelo, affinato per tre anni in barrique; rosso rubino vellutato ed ambrato, dona profumi di ciliegia, mora, prugna uniti a quelli di una crostata di frutta rossa; leggermente tannico, minerale, fruttato, sapido, gradevolmente acido e fresco, con sottili note d'affumicato; vino giovane ed abbastanza beverino, con un futuro certo. 85/100

  • Viña Bosconia Tinto Crianza 2002: prodotto con alta percentuale di tempranillo, dopo cinque anni di permanenza in barrique si presenta con un rosso rubino dalle sfumature aranciate; decisamente vinoso, ricorda la liquirizia, i fiori secchi, la frutta conservata sotto spirito; la finezza olfattiva s'accompagna ad una buona eleganza, con tannini equilibrati che si stanno ammorbidendo; di buon corpo, è netto, setoso, vinoso, giustamente acidulo e fruttato, appena speziato; è di lunga permanenza e di ottimo equilibrio. 86/100


  • Viña Tondonia Tinto Reserva1999: al tempranillo, in maggioranza, è stata aggiunta una piccola percentuale di viura, che tende a stabilizzare il colore nel tempo; il colore vivo prepara a degustare un vino rotondo, ricco, elegante, abbastanza morbido e vellutato, reso accattivante dalle leggere note di tostatura. 88/100


  • Viña Bosconia Tinto Gran Reserva 1981: per questa grande annata nella Rioja, la garnacho è aggiunta al tempranillo, conferendo aspetti di velluto e di vinosità; pulito, netto, esteso e soave al naso, è in bocca che sviluppa la potenza: di lunga persistenza ed elegante, coniuga il goudron alla liquirizia, le sensazioni minerali ai tannini morbidi e vellutati; la corretta acidità lo rende gradevolmente fresco. 88/100


  • Viña Tondonia Tinto Gran Reserva1987: tempranillo 75%, garnacho 15%, mazuelo 5% e graciano 5% sono mescolati e dosati sapientemente in questa bottiglia dal naso pulito, netto, senza sbavature, ricco e morbido, suadente, quasi etereo; è un vino che si può definire solare ed immediato, poiché riesce a trasmettere al primo approccio tutte le proprie caratteristiche: velluto, minerali, frutta, goudron, liquirizia; di raro equilibrio, elegante ed avvolgente, sazia e lascia la bocca netta e setosa; possiede una vena di dolcezza che lo rende carezzevole; di lunghissima persistenza, si candida ad essere un vino da conversazione. 90/100


  • Viña Tondonia Blanco Gran Reserva1989: affinato in barrique per circa dieci anni e travasato due volte l'anno, non filtrato, presenta sottili ed eleganti note ossidative che arricchiscono il panorama gustativo; la viura è unita al 15% di malvasia, al fine di ottenere una sottile aromaticità; sorprende il colore oro vivo in un vino di questa età, così come sorprendono i profumi di frutta, in parte fresca; poi si sviluppano le citazioni di fiori secchi, fieno, banana, conclusi dal netto sentore di uva; compare la violetta accompagnata da un che di salmastro; straordinaria è la rispondenza naso-bocca, arricchita dalla componente dolce-amara delle mandorle e della noce; le leggere note affumicate viaggiano di pari passo con quelle minerali ed aromatiche, quasi balsamiche; molto fine ed legante, pulisce il cavo orale con equilibrata acidità e impercettibile tannicità, persiste a lungo. 90/100


  • Viña Tondonia Tinto Gran Reserva1981: rispetto alla vendemmia 1987, presenta le stesse caratteristiche, ma più evolute e accattivanti; le note di salmastro sono più evidenti, curiosamente unite ai tannini vellutati. 92/100

A conclusione, si può affermare che ci si è trovati al cospetto di vini che hanno fermato il tempo, perché lavorati secondo tecniche ed usanze che fanno riferimento alle tradizioni dell'arte di fare il vino, nel profondo rispetto dei tempi della natura.


Immagini delle vigne e dei vini degustati.









venerdì 8 agosto 2008

STORIE DI TAPPI - 2


Qualche giorno fa ho avuto tra le mani una bottiglia con chiusura "alternativa": il tappo non era di sughero, bensì di vetro.
Sapevo che da tempo esisteva questo sistema, lo avevo visto qualche anno fa al MiWine come prototipo-novità, ma non avevo ancora incontrato una bottiglia commercializzata chiusa in questo modo.
Devo ammettere che è gradevole, anche se un poco spiazzante, poiché ricorda la chiusura dei flaconi da laboratorio, se non fosse che non è satinato per assicurare la sigillatura; questa, infatti, è assicurata da una guarnizione in materiale sintetico che s'incastra in un'impercettibile sporgenza ad anello all'interno del collo della bottiglia.
Il tappo è tenuto in posizione da una capsula d'alluminio, in verità di non facile apertura, poiché, a dispetto delle intenzioni dei progettisti, necessita di uno strumento: io ho usato la lama del mio fido cavaturaccioli.

Quasto sistema è prodotto in Germania dalla CSI ed ha superato numerosi test (Istituto Geisenheim di Scienza Applicata all'Enologia, Istituto di Stato Oppenheim/Rheinhessen) oltre ad essere stato finanziato dal Ministero dell'Economia dello stato Rhineland-Palatinate.

L'impiego del tappo di vetro, che assicura la tenuta stagna, ha gli stessi risvolti proposti da quelli sintetici (vedi post precedente) e solo il tempo potrà dare delle indicazioni, se non definitive, attendibili.
Di certo permettere di richiudere la bottiglia infinite volte (ma a chi e a che serve, visto che sarà entrata l'aria?) ed è riciclabile più facilmente del sughero, visto che non esiste una raccolta ad hoc di questo materiale.
Sembra di poter affermare che assisteremo a modifiche significative nella produzione dei vini e nell'approccio alla degustazione.

lunedì 4 agosto 2008

NUOVA ASSOCIAZIONE DI PRODUTTORI DI VINO

Il mondo del Vino registra un nuovo nato: F.I.V.I., Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.
Il 28 luglio, nell’incantevole cornice della Reggia di Colorno a pochi chilometri da Parma, alcune centinaia di produttori di vino hanno fondato un'associazione con il fine di difendere e valorizzare la figura del vignaiolo, colui che segue di persona tutta la filiera produttiva, dalla vigna alla bottiglia.
Ispirata alla VIF - Vignerons Indépendant de France che raccoglie ad oggi più di 10.000 soci e che rappresentano circa il 55% del patrimonio viticolo francese - FIVI si propone, tra l'altro, d'entrare nella Confédération Européenne des Vignerons Indépendants (CEVI), così da creare a livello continentale un’importante rete di piccoli e medi produttori capace di incidere fortemente sulle politiche di settore, a partire dal recepimento a livello nazionale della nuova Ocm.
Il Presidente, eletto all'unanimità, è Costantino Charrère, fondatore e anima della cantina valdostana Les Crêtes, del quale piace riportare questa dichiarazione: "...Ci batteremo a fondo perché parole come terroir e vigneron non siano usate a sproposito anche da coloro che si fanno belli con concetti come questi, senza praticarli nella realtà quotidiana. Noi siamo nati perchè sentiamo che il vino debba esprimere identità e riconoscibilità legate ai luoghi d'origine."

Alle parole ufficiali mi piace esprimere una considerazione personale: scorrendo l'elenco dei soci fondatori, non si può non essere felici che sia nata un'associazione di questo tipo, che certamente farà giustizia delle mode passeggere e farà comprendere, oltre che apprezzare, l'eccezionale patrimonio vitivinicolo italiano.
Auguri!