lunedì 23 luglio 2012

INCONTRO DEL TERZO TIPO CON IL BRAMATERRA


So per certo che mi saranno perdonati il ritardo col quale ne parlo ed il titolo holliwoodiano, ma ......
Tempo fa ho partecipato ad una serata dedicata solo al Bramaterra; ero convinto di aver perduto gli appunti, ma, ritrovatili, non posso passare sotto silenzio emozioni e sorprese così interessanti.
Per ogni vino indico anche la zona di produzione, poiché permette d'apprezzare, ancora una volta, le differenze generate dai suoli differenti.
Casa del Bosco di Mattia Antoniotti, Bramaterra 2008 - Sostegno
Nebbiolo 70%. La macerazione, 18 giorni, e la successiva fermentazione avvengono in vasche scavate nella roccia viva, poi il vino riposa per circa tre anni in botti di media grandezza. Gioiosamente giovane, minerale, con tannini molto promettenti accompagnati da una buona acidità, tipica del vitigno. Voto 86/100
Baldin, Bramaterra 2008 - Lozzolo
Vino scorrevole, quasi acquoso, dai profumi limitati e tannini non invadenti, tende ad abbamdonarti presto. Voto 80/100
Colombera, Bramaterra 2007 - Masserano
Nebbiolo 70%, da agricoltura biodinamica: 15 giorni di macerazione in vasche d'acciaio e successivi 20 mesi in legno.Profumi di frutta matura e fresca lasciano il posto a spezie delicate, è un vino minerale dai tannini morbidi, con una leggera nota dolce nel finale ed un principio d'evoluzione; ottimo futuro. Voto 88/100
Tenute Sella, Bramaterra 2007 - Villa del Bosco
Un poco chiuso, poi s'apre con discrezione, proponendo ricchezza di sentori ed accentuata morbidezza; anch'esso presenta buona mineralità, speziatura contenuta e frutta matura, quasi in confettura; la tannicità è gradevole e misurata. Voto 88/100
Mussa, Bramaterra 2007 - Lozzolo
Decisamente ferroso, molto interessante, vinoso, complesso, fruttato, assai unico nelle sue differenti componenti, a tratti sorprendente. Voto 89/100
Vampari, Bramaterra 2007 - Masserano
Stupiscono, ed affascinano, i profumi di fiori appassiti, la varietà delle spezie, l'eleganza, la completezza generale; un tipico rappresentante di questa tipologia. Voto 87/100
La Ronda di Barboni, Bramaterra 2006 - Roasio
Il vino presenta un buon inizio di terziarizzazione, è morbido e sapido con sentori di cuoio e di cioccolato fondente, giustamente fruttato e con palesi note di gioventù. Voto 85/100
Diana, Bramaterra 2004 - Brusnengo
Tendenzialmente semplice, beverino, meno minerale degli altri vini, con buoni tannini, poco profumato e fruttato, abbastanza speziato, forse un poco molle. Voto 81/100
Sartor, Bramaterra 2002 - Brusanengo
Vino decisamente evoluto con più che buona terziarizzazione accompagnato da note fresche; spezie ed alcol elegante e morbido. Voto 84/100
La Palazzina di Leonardo Montà, Bramaterra 2001 - Roasio
Vino dall'equilibrio perfetto, propone tutte le migliori caratteristiche dell'uva Nebbiolo; senti il cacao, le spezie, i canditi, le spezie, la frutta secca e quella matura, il cuoio, la liquirizia, eccetera; morbido e suadente, a tratti austero, evoluto con amore, accattivante, è beverino pur saziando. Voto 91/100
Tenuta Monolo, Bramaterra 1985 - Roasio
Ottimo vino, si potrebbe dire perfetto! Stupiscono le note evolutive che lasciano ancora spazio alla fresca gioventù; All'inizio sembra semplice e ti fa pensare che abbia fatto il suo tempo, poi, come per incanto, s'apre e si manifesta in tutta la sua misurata eleganza ed opulenza; noti allora ricordi di pasticceria da forno, di ciliege sotto spirito, cacao, caffé, legni nobili; poi, di colpo, fuorisce inaspettato e violento il tamarindo! L'alcol di gran qualità avvolge ed ammorbidisce un vino che ti rimane nella memoria. Voto 94/100

In conclusione, una bellissima rassegna di ottimi vini, purtroppo non molto conosciuti fuori dall'ambito locale, che testimoniano e confermano le grandi potenzialità di uno dei vitigni più nobili, il Nebbiolo.

sabato 21 luglio 2012

BOLLICINE DAL MONDO

Riunire in una sola serata nove esempi di vini rifermentati in bottiglia non è facile, ma è entusiasmante ed istruttivo.

Le sorprese si sono sprecate, dimostrando ancora una volta come il mondo del vino sia in fermento, mi si perdoni il gioco di parole, e come non ci si possa adagiare su posizioni, e convinzioni, più o meno consolidate.
S'è iniziato con il Crémant de Bourgogne Blanc de Blanc di Domaine Vitteaut-Alberti.
Un vino sottile e delicato, gradevolmente frizzante, che riesce a coniugare la dolcezza dello Chardonnay, qui all'80%,  con l'acidità e la leggera aromaticità dell'Aligoté, che con il suo 20% contribuisce all'eleganza; le uve provengono da due delle zone più vocate della Borgogna, la Côte Chalonnaise e la Côte de Beaune; dopo l'assemblaggio, passano circa sedici mesi prima di essere sboccato e ricolmato; sono davvero interessanti le note citrine, che aumentano la sensazione di asciutto e di soddisfazione all'assaggio.

A seguire il Crémant d'Alsace Trilogy Zero Dosage 2007 di Domaine Fernand Engel.
Da agricoltura biologica certificata, propone Chardonnay 80%, Pinot Noit 10% e Pinot Gris 10%, uve provenienti da terreni principalmente argillosi con presenze di calcare; tre anni di tempo sono necessari per sviluppare una certa ricchezza e pastosità cremosa, che rimandano ai classici vini alsaziani; qui il dosaggio zero esalta le doti di mineralità e di acidità, che permangono abbastanza a lungo, lasciando le mucose asciutte; interessante la sapidità, che invoglia a bere un vino che rimanda alle uve d'origine.


Restando in Europa centrale, è stato assaggiato un vino austriaco, Brut Bründlmayer 2007, risultato dell'assemblaggio di Pinot Nero, Zweigelt e St. Laurent.
A circa 70 km a nord-ovest di Vienna, nella Bassa Valle del Kamp, i vigneti terrazzati sono protetti dalle foreste circostanti e sfruttano il calore trasmesso dal terreno roccioso. 
Il vino è decisamente sapido e profumato, abbastanza tagliente all'inizio, per poi stemperarsi in un insieme di sensazioni morbide con finale appena abboccato; fresco ed agrumato, di medio corpo, con buona evoluzione, degno rappresentante della via austriaca al metodo classico.


Con una certa difficoltà sono stati fatti arrivare due vini dalla Georgia: Schuchmann Chardonnay Blanc de Blancs 2009
Ottenuto da uve Chardonnay, si fregia della denominazione Napareuli, che individua un'area sul lato sinistro del fiume Alazani; dopo 12 mesi di affinamento in bottiglia sui lieviti, s'ottiene un metodo classico molto gradevole,abbastanza elegante con un corpicino niente male; gli agrumi sfumano nella frutta matura, le caratteristiche dello Chardonnay sono messe in giusto risalto, è decisamente beverino; unica nota "stonata" è la quantità di zucchero, che, seppur in linea con i gusti dei consumatori dell'Est, limita la finezza.

Lievemente differente il Bagrationi 1882 Finest Brut 2007, anch'esso Chardonnay in purezza; è più elegante e profumato, le note fruttate sono apprezzabili e gradevolmente discrete, avvolte da sentori di pompelmo e da una lievissima ossidazione, che contribuisce a dare carattere ad un vino fatto bene, certamente rappresentativo dell'enologia di qualità della Georgia. Il nome dell'Azienda rimanda al principe georgiano Ivane Bagrationi-Mukhraneli, che iniziò a produrre vino spumante nel 1882; Bagrationi è una storica dinastia che governò il regno della Georgia fino all'annessione russa nel 19 ° secolo.
Piccola curiosità: si crede che la parola moderna "vino" derivi dal georgiano "gvhino".


La storia vitivinicola del Sud Africa è abbastanza recente, soprattutto se ci si riferisce alla qualità, perciò non può che sorprendere l'assaggio del Pongrácz Méthodo Cap Classique Brut.
Prodotto nella valle di Devon, vicino alla storica Stellenbosch, da uve Pinot Noir 60% e Chardonnay 40%, da uno dei migliori produttori sudafricani, The House of JC Le Roux.
Il nome è un grazioso omaggio a Desiderius Pongrácz, un conte Ungherese rifugiatosi in Sudafrica negli anni cinquanta del secolo scorso, brillante enologo che ebbe un ruolo importante nella viticoltura moderna del Paese.
I vigneti sono situati tra i 150 ed i 300 metri d'altitudine, hanno età media di 16 anni, subiscono notevoli escursioni termiche tra il giorno e la notte, crescono su terreni misti a prevalenza argillo-ferrosa.
Dopo l'assemblaggio, le bottiglie attendono almeno due anni sui lieviti ed alcuni mesi in cantina dopo la sboccatura.
In dialetto sudafricano, questo vino è chiamato "vonkelwijn", vale a dire "vino che scintilla": definizione oltremodo azzeccata, perché è proprio così che si presenta ai sensi. Accosti al naso e sei subito colpito dalla balsamicità, seguito dalle frutta mature e profumate; una leggera nota di fragole di bosco s'affaccia timida, sopravanzata poi dall'irruenza della crema pasticcera e dal pompelmo rosa.
La rispondenza naso-bocca è assoluta, con l'aggiunta di una freschezza ragguardevole e di un'eleganza che raramente si trova nel panorama sudafricano. Il corpo è quasi possente e l'alcol è di squisita fattura, morbido e avvolgente.


La sorpresa maggiore è venuta dal Neozelandese Saint Clair Vicar's Choice Sauvignon Blanc Bubbles di Sain Clair Family Estate.
Situata nella zona di Marlborough, alla punta settentrionale dell'isola meridionale della Nuova Zelanda, l'Azienda è stata fondata nel 1978 e si è subito fatta apprezzare per la pulizia e la qualità dei suoi vini. 
Il clima risente della presenza dell'Oceano Pacifico, sia per i venti impetuosi, a stento ostacolati dalle montagne incombenti, sia per le temperature, che s'abbassano drasticamente di notte, mitigando il sole cocente del giorno: condizioni ideali per sviluppare sufficienti zuccheri ed acidità, oltre ad aromi unici.
Questo vino non fa eccezione, perché regala una ricchezza encomiabile unita alla gamma degli aromi tipici del vitigno; stupisce cogliere prepotente il frutto della passione, così acidulo e dolciastro al tempo stesso, che s'accompagna al pompelmo ed al melone maturo. Che dire della vena balsamica quasi mentolata, dell'impercettibile sentore di lieviti? Elegantissimo, teso, affilato come una katama giapponese, entra in bocca e non l'abbandona per lungo tempo, facendo rimpiangere il momento in cui la bottiglia, ahimé, si svuota.
Ritengo si possa affermare che sia un vino perfetto.


Il mondo anglosassone ha riservato un'altra emozione inattesa.
Gusborne Estate Blanc de Blancs 2007, prodotto in 5.000 bottiglie nella parte sud-orientale della Gran Bretagna, nell'antica scarpata di Kentish.
I cambiamenti climatici hanno riportato il sud dell'isola alle condizioni che conobbe Giulio Cesare e gl'investitori non si sono fatti scappare l'occasione di sfruttare questa nuova possibilità.
Nei venti ettari di vigneto, che presto arriveranno a trenta, si coltivano le uve tipiche della Champagne, su terreni argillosi misti a sabbia, a solo sei miglia dalla Manica, con risultati che ora lasciano quasi senza parole, come in questo caso.
Elegante quasi in modo imbarazzante, teso, fine, equilibrato, citrino e profumato, lo Chardonnay esprime tutta la propria eleganza discreta, quando è correttamente interpretato per essere spumantizzato. Il corpo è presente in un contesto di freschezza e frutta matura, alle quali alcune sensazioni di lieviti e di legno donano un che di sofisticato.

In chiusura della serata, è stato proposto il Cava Recaredo Brut Nature 2006.
In Spagna si producono milioni di Cava, spesso di media, se non bassa, qualità, ma, come sempre accade in questi casi, c'è chi eccelle.
Qui si è in presenza  del classico uvaggio, Xarel-lo 46% Macabeu 36% Parellada 18%; composto, fruttato con sfumature di confettura, abbastanza secco, decisamente balsamico, composto nell'effervescenza, equilibrato; nonostante sia un nature, presenta leggere note dolci, che non guastano ed arrotondano l'acidità dell'uva preponderante.


SEMPRE BOLLICINE ......

Quale miglior bottiglia per festeggiare, si fa per dire, la fine di un lungo periodo di assopimento di Aepicurus se non un Nec Plus Ultra 1996 di Bruno Paillard ?
Negli anni si sono logorati gli aggettivi che si usano per descrivere un vino, ma in attesa che la lingua italiana generi nuovi vocaboli mi vedo costretto a riproporre antiche parole.

Bisogna riconoscere che il nome "Nec Plus Ultra" può dare un po' fastidio, poiché adombra una certa supponenza, che purtroppo è una malattia diffusa che colpisce chi fa vino.
Ma in questo caso si deve ammettere che la citazione latina calza a pennello.

Raramente ho assaggiato uno Champagne così complesso ed esaustivo, talmente perfetto da lasciare senza parole, sia per i motivi sopra riportati sia perché le sensazioni s'accavallano con tale velocità ed irruenza che risulta arduo fissarle ad una ad una.

Solo i Grand Cru di Bouzy, Verzenay, Oger e Le Mesnil sur Oger concorrono alla costruzione di questo NPU 1996, prodotto, come è ovvio, solo in certe annate: la prima volta toccò a quella del 1990, poi a quelle  del 1995 e 1996.
La fermentazione dei mosti avviene in barriques per nove mesi, durante i quali il vino s'arricchisce di profumi leggeri di legno e raggiunge complessità esaltanti ma discrete; nel luglio 1997 è stato compiuto l'assemblaggio, scegliendo le migliori ventidue botti, unendo Chardonnay e Pinot Noir in parti uguali, riempiendo solo 6523 bottiglie, che hanno riposato sui lieviti per dodici anni.
Dopo la sboccatura, con un'idea di liqueur, avvenuta nel gennaio 2009, le bottiglie sono state fatte di nuovo riposare per altri due anni in cantina prima di essere messe in vendita.

Lo versi, a temperatura di cantina fresca, in un calice adatto e ti colpisce il colore oro; poi, accosti, con un certo timore reverenziale, il naso ed inizi un viaggio, che ti porta lontano.
Sottile,quasi evanescente all'apparenza, etereo e perciò sorprendente; poi, all'improvviso, arrivano ondate di citazioni eleganti di fine pasticceria, frutte esotiche giustamente mature, legni tropicali suadenti; cerchi di selezionare i profumi e t'accorgi che fanno capolino i frutti rossi del sottobosco, che fanno da guarnizione ad una créme brulée di squisita fattura.

Potresti continuare affascinato, ma il desiderio, quasi necessità, dell'assaggio ha il sopravvento: secco, tagliente all'inizio, s'ammorbidisce man mano che la bocca si riempie e scopri l'altra faccia della Luna; morbido, cremoso, di raro equilibrio, fresco e a lungo persistente: i ricordi citrini si stemperano nelle note vellutate del legno delicato, che qui contribuisce al corpo senza quasi farsi percepire.
La soavità di un grande Chardonnay si fonde con la severa presenza di un Pinot Noir grandioso, che sottolinea la vinosità.

Sì, ti rendi conto che stai godendo di un vino, che, mi si perdoni, casualmente possiede delle bollicine, talmente l'anidride carbonica è fusa e discreta.
E tutto ciò, ed altro ancora, in un vino giovane, un adolescente di 15 anni!
Esprimere un voto è quasi un'offesa, ma difficilmente può valere meno di 98/100.

lunedì 7 maggio 2012

BOLLICINE BOLLICINE BOLLICINE

Il mondo dei blog che trattano di vino è da qualche giorno attraversato da un dubbio amletico: usare o non usare la parola "BOLLICINE"; a seguire, quando, e se, usare la parola "SPUMANTE".
Tutto ha origine da una dichiarazione di Maurizio Zanella, presidente del Consorzio Franciacorta, che ha stigmatizzato quelle parola, giudicandole inadeguate, financo offensive, soprattutto riguardo il Franciacorta.
La polemica imperversa tra coloro che condividono, a vario titolo, le opinioni di Zanella e chi no; si assiste a dotte disquisizioni filologiche, a citazioni delle norme dei disciplinari, a considerazioni argute e talvolta piene di buon senso.
Non desideriamo partecipare all'orgia intellettuale, ma desideriamo sottolineare che un vino contenente anidride carbonica generata dalla seconda fermentazione, sia in bottiglia sia in autoclave, si può definire SPUMANTE e che questo termine non è affatto offensivo, è solo una constatazione.
In fondo, è sufficiente consultare un vocabolario della lingua italiana, come quello della Treccani, per scoprire che:
"spumante agg. e s. m. [part. pres. di spumare].– Che fa spuma, che spumeggia; raro con valore verbale, in usi letter. o poet.: tre calici spumanti Di latte inghirlandato (Foscolo). Nell’uso com., riferito quasi esclusivam. al vino spumante, cioè al vino ottenuto naturalmente dalla prima o seconda fermentazione alcolica di uve fresche, di mosto d’uve, o di vini, caratterizzato, alla stappatura del recipiente, da abbondante sviluppo di anidride carbonica, proveniente dalla fermentazione. I vini spumanti si distinguono......"
 Usare il termine BOLLICINE per indicare un vino spumante riteniamo sia grazioso, sottolinea un rapporto d'amicizia e complicità, è una tipica sineddoche (chiediamo venia per la dotta definizione): l'aspetto più immediato di questa tipologia di vino sono o non sono le bollicine?
Si tratta anche di una sorta di soprannome, indice di familiarità e benevolenza.
Non risulta che mai un produttore della Champagne si sia adombrato per l'uso d'entrambe le definizioni.
Perché capita in Franciacorta?
Coda di paglia? Forse, ma spumeggiante.

lunedì 19 marzo 2012

SORGENTE DEL VINO 2012


Appuntamento annuale tra i più graditi quello alla Rocca dei Gonzaga, ad Agazzano, dal 3 al 5 marzo.

Il contesto è sempre affascinante, ma quello che colpisce di più è l'atmosfera che domina la manifestazione. Ti senti tra amici, tutti sono rilassati, i produttori disponibili a farti partecipe del loro lavoro, delle aspirazioni, pronti ad accogliere le osservazioni, in ultima analisi a confrontarsi con chi assaggia.
E di assaggi ne abbiamo fatti, talvolta per ottenere conferme, più spesso per scoprire nuove, o perfezionate, realtà.
Di seguito, gli incontri più significativi.


Esiste una certa ritrosia ad affermare che un'azienda sia espressione del territorio, poiché spesso s'abusa di questo concetto, ma questa volta non esistono differenti modi per definire Campi di Fonterenza, Siena, della quale abbiamo assaggiato:
- Rosa di Fonterenza 2011. 
Gradevolissima prova di botte: ha dato note di estrema pulizia abbinata a disarmante semplicità, è fruttato con buona acidità; sorprendente il sentore di uva.
- Pettirosso 2011.
Solo da uve Sangiovese, giovanissimo epperciò fruttato, con tannini già soavi, fresco e beverino, fa intravedere un grande futuro; brillante interpretazione della tipicità del Sangiovese.
- Rosso di Montalcino 2009.
Molto tipico, beverino nonostante la giovane età.
- Brunello di Montalcino 2007.
Imbottigliato a gennaio di quest'anno, è schietto e tipico, già avvolgente e con gradevole accenno di seta, che certamente s'evolverà nel tempo.

Càpita talvolta d'innamorarsi d'un produttore, perché i suoi vini suscitano emozioni sopite o perché interpretano con maestria ed amore un vitigno: è il caso di Porta del Vento di Camporeale, in provincia di Palermo, azienda condotta secondo i principi dell'agricoltura biologica e l'uso di prodotti biodinamici. Vigne di trent'anni e più distribuite su pendii scoscesi battuti dal vento - vicino sono state non a caso installati generatori eolici - forniscono uve lavorate con pazienza e cura maniacale.
- Porta del Vento 2010, Catarratto in purezza.
Delicatamente amarognolo, acido, esuberante, ancora un poco slegato, ma con le carte in regola per durare a lungo.
Interessante osservare la sua evoluzione, assaggiando l'annata 2007: è tagliente, complesso, balsamico, equilibrato e di grande soddisfazione.
- Sharay 2008.
Le uve Catarratto sono fatte macerare per trenta giorni in tini aperti senza controllo di temperatura, senza solforosa e lieviti estranei; sono poi spremute con torchio manuale ed il vino è affinato in botti di rovere da 25 hl per un anno. Elegantemente tannico, complesso in modo spiazzante, equilibrato, quasi suntuoso; s'apre con calma e pervade il naso e la bocca con sensazzioni che s'inseguono di continuo; il colore oro antico, quasi ambrato conclude il piacere dell'assaggio.
- Maqué 2010 Rosé.
Dalle trascurate, altrove, uve Perricone s'ottiene questo vino delicato e vinoso, dal caratteristico sapore di lampone e di fragola, un poco speziato, di facile beva nonostante la buona complessità generale, acuita dalla discreta tannicità.
- Mira 2009, Catarratto Metodo Classico.
Diciannove mesi sui lieviti per delle bollicine semplici, gradevoli, amarognole ed agrumate: da seguire nel suo migliorarsi man mano che l'Azienda s'impraticherà del metodo.

Molto interessante è stato l'incontro con Carbone Vini, giovane azienda della Basilicata.

- Fiano della Basilicata 2010
Fine, schietto, varietale, decisamente suntuoso; secco e quasi crudele nell'essere asciutto, con sorprendente finale morbido; i tannini sono lievi e contribuiscono all'immagine di estrema pulizia.
- Aglianico del Vulture Doc Terra dei Fuochi 2009
Sorprendente per la tipicità e per i riferimenti varietali, è un vino caldo come la lava del vulcano, morbido e ricco, vellutato ed insinuante.
- Aglianico del Vulture Doc Stupor Mundi 2007
Ottenuto da vigne vecchie coltivate sulle pendici del Monte Vulture, su terreni vulcanici. Le uve sono sottoposte a macerazione per due/tre settimane e vinificate in acciaio; il vino riposa in botti  e s'affina in bottiglia lentamente. Ricco, morbido vellutato, fruttato, sapido, speziato.


La Franciacorta riserva sempre delle sorprese, sia quando si constata il decadimento qualitativo sia quando si scoprono realtà per così dire nascoste. Questa volta è il caso di Aurelio Del Bono, titolare di Casa Caterina, a Monticello Brusati. Aurelio è uscito, o non ne ha mai fatto parte?, del Consorzio, perché desidera andare per conto suo, sperimentare senza sentirsi legato ad alcun vincolo.
I vini sono talvolta discutibili, ma hanno in comune il fascino della ricerca, anche se lascia un poco perplessi l'esiguo numero di bottiglie ed è naturale domandarsi: a chi sono destinati?
Abbiamo assaggiato un Cuvée 60, brut Nature 2006 solo da uve Chardonnay provenienti da tre differenti vigneti. Sessanta mesi di permanenza sui lieviti hanno generato un vino complesso, corposo, elegante, pulito, varietale, dai sentori di crosta di pane appena accennati.
- Brut Cremant 2004.
Sette anni sui lieviti per sole 3.000 bottiglie; la tostatura della barrique trae in inganno, poiché sembra che si sia esagerato con la liqueur; non ha entusiasmato.
- Brut Reserve Nature 2003.
96% di Pinot Nero e 4% di Chardonnay, 8 anni sui lieviti, sboccatura luglio 2010: con queste premesse ci si aspetta un vino potente, tannico, varietale, ricco e sapido, agrumato, dal fondo amarognolo, complesso, con la caratteristica acidità del Pinot Nero; ed è stato così!
- L'Estro 2006.
Taglio da uve Marsanne, Sauvignon Blanc e Viogner, si presenta amarognolo, alcolico, rotondo, fresco, acido; il Viogner ha dato il vegetale e l'acido, il Marsanne il corpo e la rotondità, il Sauvignon Blanc ha fatto da legante. Si tratta di un vino molto interessante, che fa il verso ai blasonati francesi.
-L'Estro 2002.
Un vino letteralmente smontato, le caratteristiche di ogni componente si sono separate ed il piacere in bocca è di molto diminuito.
- Vita Grama 2000
Classico taglio bordolese, 60 % Merlot, 35 % Cabernet Franc, 5 % Cabernet Sauvignon; ancora giovane, assai secco, molto pulito con gradevoli sentori di legno vecchio. Un vino completo, con ancora anni davanti a sé.