lunedì 17 marzo 2008

VETRO IN VIGNA

Ho trovato una notizia interessante e curiosa: complice il costo elevato per il trasporto del vetro usato all'unico punto di raccolta e riciclaggio, in Nuova Zelanda si stia sperimentando un uso alternativo dei rottami di vetro.
I membri dell'organizzazione ambientalista Terra Nova di Christchurch hanno avuto l'idea di frantumare finemente le bottiglie di vetro e spargere la polvere nei vigneti: sembra che la maturazione dell'uva sia favorita.
Pare che i minuscoli frammenti riflettano la luce ed il calore in una regione dal clima molto variabile e che presenta problemi di maturazione dei grappoli.
L'esperimento sarà monitorato per alcuni anni.

sabato 8 marzo 2008

CIOCCOLATO E ...

Ho guidato una serata dedicata all'accostamento del cioccolato con il vino, in questo caso vino fortificato.

Sono stati proposti alcuni vini italiani:

Buttafuoco Oltrepo Pavese Doc Chinato, gradevole nella sua semplicità, con i tannini moderati dall'infuso di china;

Aleatico di Gradoli Doc e Sagrantino di Montefalco Passito Doc hanno mostrato i limiti di una lavorazione per la quale questi vitigni mi pare non siano adatti: corpi magri, carenza di profumi, eccesso di tannicità, generale squilibrio.

Nella tradizione contadina, da sempre sono stati prodotti vini passiti e fortificati, destinati ad uso essenzialmente famigliare, da bere in occasioni speciali, feste comandate, cerimonie e ricorrenze; ma non sempre la produzione privata merita di essere allargata e resa pubblica. Spiace doverlo riconoscere, ma gli ultimi due fanno parte di questa categoria di prodotti, che sono commercializzati perché esistono ancora consumatori attratti dalle "buone (!?) vecchie cose di una volta".

Poi, è stata la volta di quattro vini di ben altra fattura, uno più interessante dell'altro.
Mavrodaphne di Patrasso Aoc Tsantali: la fermentazione, in vasche di cemento, delle autoctone uve mavrodafne ben mature è interrotta con l'aggiunta di distillato di vino, al fine di mantenere un buon residuo zuccherino; è poi aggiunta una mistella costituita da vino da Uva Nera di Corinto e distillato di vino; il tutto è posto in botti a maturare per almeno 12 anni.Alcune cantine utilizzano il metodo solera per abbreviare i tempi di maturazione.
Si tratta di un vino gradevole, non molto complesso, dalla tannicità contenuta e dal bel colore rosso con riflessi granata; i profumi ricordano l'uva passa, i datteri, i fichi secchi; leggere note minerali e doti di freschezza lo rendono non stucchevole; apprezzabili sono le note di cacao e di caffè.
Mi piace qui ricordare la leggenda di Dafne, che in qualche modo è legata a questo vino, poiché in greco mavrodapne significa "alloro nero".
Apollo si vantò con Cupido dell'uccisione del serpente Pitone ed ebbe parole di scherno per l'arco e le frecce del dio dell'amore. Questi, indispettito, colpì Apollo con una freccia d'oro, che lo fece innamorare immediatamente della prima persona che vide, Dafne. Ella era una ninfa dei boschi, figlia del fiume Peneo, amava cacciare e non desiderava, come Diana, cedere all'amore. Con una freccia di piombo, che faceva rifuggire l'amore, Cupido colpì la ninfa, che fuggì appena vide Apollo; Dafne arrivò presso il fiume Peneo e chiese aiuto al padre, che la trasformò in un albero d'alloro; il dio, ormai impotente, decise di rendere la pianta sempre verde e a lui sacra, di rappresentare la corona fatta con i suoi rami il segno di gloria per gli uomini migliori, capaci d'imprese esaltanti.

S'è poi degustato il Maury Aoc 2004, Les Vignes de Lorie: è un vino rosso dolce naturale forte che subisce un lungo invecchiamento, per ossidazione, in fusti di legno o, per alcuni produttori, in "bonbonnes" (boccioni di vetro) esposti al sole per circa tre anni.
Alla Grenache Nera, minimo 75% raccolta stramatura, s'aggiunge la Bianca, la Grigia, il Macabeu e talvolta il Carignan; sensazioni di frutti macerati, unite ad una buona persistenza aromatica, si sposano a note di torrefazione, cacao; i tannini abbastanza fini ed eleganti completano il quadro di vino a tratti sorprendente per l'acidità equilibrata.

Il sesto vino è stato Pineau de Charentes Aoc di Pascal Clair: il colore è oro pallido con sfumature più cariche; profumi intensi d'agrumi e di pesca s'uniscono a quelli della frutta secca e dei datteri; equilibrato in bocca, è fresco nonostante l'alcolicità, 17°C, e la presenza dello zucchero; la lunga persistenza è accompagnata da note grasse, balsamiche e leggermente minerali.
Si differenzia dai vini dolci naturali e da quelli fortificati poiché la sua elaborazione non parte dal vino, ma dal mosto d'uva, apportando più ricchezza di zuccheri naturali.
La leggenda vuole che verso la fine del 1500 un cantiniere, in una cantina nel Cognac, commise l'errore di versare del vino nuovo in una botte contenente ancora una quantità di Cognac; da questo errore iniziò una piccola produzione locale nella regione della Charente fino ad espandersi in tutto il mondo ai giorni nostri.
Per avere diritto alla Aoc deve essere prodotto esclusivamente da produttori di cognacs del dipartimento della Charente e unicamente con uve di proprietà; ventiquattro ore dopo la svinatura viene aggiunta una piccola quantità di cognac invecchiato 1-2 anni a 60°. Durante la fermentazione il mosto dovrà acquisire una grande ricchezza in zucchero con un minimo di 170 grammi per litro; la fermentazione è poi fermata naturalmente con l'aggiunta di altro cognac. Prima d'essere imbottigliato, effettuerà un invecchiamento in botti di rovere per quattro anni, il tempo necessario per produrre una complessità e un buon equilibrio tra il mosto, il cognac e il legno del rovere.

La serata è stata conclusa da un Porto Ruby Finest Reserve Quinta de Tedo, prodotto da Vincent Bouchard; morbido, avvolgente, dolce in modo equilibrato, aromatico e beverino, con tutte le caratteristiche tipiche del Porto.

I vini sono stati accostati a cioccolati aromatizzati con differenti ingredienti, tra i quali il peperoncino e la rosa.Quelli puri, con percentuale di cacao 70%, sono stati i più apprezzati ed hanno dato le migliori sensazioni con i vini; di quest'ultimi, il Pineau ed il Maury sono stati i più prodighi di piacere.

sabato 1 marzo 2008

ALCUNE INTERESSANTI RIFLESSIONI

Lo scorso 7 febbraio s'è tenuta a Roma, presso l’Hotel Sheraton Eur, la 1ª Giornata di Studio sul Vino: “Innovazione – Il vino che berremo”.

Dei diversi interventi, riporto la sintesi di alcuni.

Attilio Scienza provocatoriamente ha sostenuto che "la tradizione in un certo senso non esiste".
Affrontando il tema “I vitigni come elementi per un distinguo strategico delle aziende”, ha sottolineato come il dualismo terroir/vitigno sia in realtà un dibattito accademico ed un falso problema, e come i due aspetti coesistano.
Ma ha pure ridimensionato lo scontro tradizione/innovazione. Per il professore la tradizione in un certo senso non esiste, oppure è legata a certi modi di fare il vino vecchi e di negativo impatto sulla qualità.
Bisogna avere il coraggio di “tradirla”: l’Ue ha ingabbiato la viticoltura ad un modello valido mezzo secolo fa, cosa che invece non è successa con gli altri settori della frutticoltura. Ci troviamo a rincorrere vecchi vitigni di dubbia qualità, facendo della filosofia, invece di creare nuovi e ben più validi vitigni, per vini mediamente sempre più buoni, magari partendo dalla “riserva genetica” che si trova nel Caucaso.

Roberto Zironi, professore all’Università di Udine, ha sottolineato come il rilancio dei vitigni autoctoni sia un falso problema, giacché l’82% della viticoltura italiana si basa proprio su varietà indigene; la questione è semmai di valorizzarle, andando ad individuare e distinguere le cultivar “storiche” da quelle “minori”. È solo definendo per ciascuna varietà il miglior protocollo di vinificazione - là dove esiste il terroir più vocato per quella specifica cultivar - che se ne può comprendere il vero potenziale.

venerdì 22 febbraio 2008

7 PASSITI DEL SUD ITALIA

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Oggi, 22 febbraio, ho guidato una degustazione per gli Assaggiatori ONAV dedicata ai "passiti del sole".
Si è trattato di una rassegna abbastanza significativa, che ci ha dato la possibilità di verificare lo stato dell'arte della produzione.
Sono stati proposti nel seguente ordine; sono riportati i punteggi assegnati secondo la scheda Onav:

1- Pierale, Moscato 2006 Igt Puglia di Leone De Castris: sottile, ritroso nel manifestarsi, le caratteristiche tipiche del vitigno in evidenza; magro di corpo, con acidità spiccata, privo di rotondità e leggermente disarmonico; promette molto al naso, ma in bocca delude. 77/100.

2-Diamante 2005, Sicilia Igt di Tasca d'Almerita: da uve moscato e traminer aromatico, è il risultato di sperimentazioni iniziate alla fine del 1900; il risultato è interessante, le note pervasive del traminer fuoriescono prepotenti, mescolate a quelle timide del moscato; all'assaggio delude, perché del traminer rimangono pochi ricordi; abbastanza fresco, non stucchevole, di medio corpo. Forse necessita di ulteriori affinamenti nella produzione. 80/100.

3-L'Autentica 2005, Basilicata Igt di Le Cantine del Notaio: uve moscato e malvasia coltivate sui terreni vulcanici del Vulture danno un vino curioso, di buona fattura, intrigante e beverino; è gradevole la fusione delle differenti aromaticità delle due uve, che si completano a vicenda; agrumato e fresco, mielato e appena caramellato, con ricordi di pasta di mandorle, balsamico e speziato, sapido e minerale; di buon corpo e di media persistenza. 85/100.

4-Donna Jolanda 2003, Girò di Cagliari Doc di Meloni: da un uva coltivata solo in provincia di Cagliari in seguito all'invasione filosserica, un vino che procede sulla lama di un rasoio, poiché le sue componenti sono in sottile equilibrio; dolce ma non stucchevole, elegantemente tannico, balsamico e fresco, vinoso e sulla via di arrotondarsi ulteriormente; di medio corpo, i ricordi di ciliegia sotto spirito accompagnano a lungo e regalano sensazioni amaricanti. 88/100.

5-Don Nuzzo 2006, Moscato di Siracusa Doc di Giulino: vino antico, le origini del quale risalgono al VII secolo a.C.; ricco, pastoso, aromatico, fresco, fruttato; fichi secchi, datteri e buccia d'arancia convivono con il netto profumo della zagara; in bocca è soave e complesso, di lunga persistenza, mielato con netta presenza di frutta candita e tropicale; affiorano note di cioccolato e di caffè che aumentano e completano la complessità. 91/100.

6-Malvasia delle Lipari Passito 2005 Doc di Hauner: è inevitabile andare a rivedere i ricordi di quello che era questo vino venti anni fa e confrontare con quello che è oggi; manca la mediterranea aromaticità della malvasia di Salina, della quale ha conservato solo la mineralità; i frutti stramaturi sono appena accennati, non si riesce a percepire il fico d'india, che era uno dei capisaldi di questo vino; in un corpo abbastanza sottile, la presenza degli agrumi e delle erbe balsamiche si fanno sentire, ma senza quell'elegante prepotenza che ci rammentavamo. 83/100.

7-Mueggen, Passito di Pantelleria 2005 Doc di Murana: il sole del Mediterraneo in bottiglia! Ricco, elegante, soave ed avvolgente, equilibrato, coinvolgente; miele e uva passa, fichi secchi ripieni di mandorla, datteri maturi, balsamico, fresco, pastoso; i lievi tannini ricordano quelli del te, uniti a note minerali ed alla sapidità entusiasmante. Un vino che si può definire ancestrale, che ha le proprie origini nella storia antica del nostro Paese. 96/100.

In conclusione, una serata che ha riservato sorprese, delusioni e rassicuranti conferme.

sabato 2 febbraio 2008

ALCUNI PEZZI RARI

Si può riscattare una cena non entusiasmante con dei vini?

Anche se discutibile, la risposta è Sì!

Il primo vino arrivato in tavola è stato uno champagne di un piccolo produttore, Bernard Brémont, di Ambonnay, comune situato nel dipartimento della Marna in provincia di Reims; un grand cru di rara eleganza, agrumato e persistente, dal colore oro pallido; ha sorpreso per la lunga persistenza e per la lenta ma ineluttabile evoluzione che ha subito nel bicchiere: dopo circa un'ora, quel fondo rimasto sprigionava frutta matura e lieviti delicati, scorza di cedro e note fresche balsamiche.


Poi è stata la volta di un vino italiano dei Colli Orientali del Friuli: Sacrisassi 1997 dell'Azienda Le Due Terre; ottenuto dall'uvaggio di refosco e schiopettino, ha convinto, ed entusiasmato, per la scorrevolezza ed il raro equilibrio; avvolgente, vellutato, profumato e suadente; i tannini, affinati e morbidi, chiudevano il cerchio comunicando sensazioni di puro piacere.

Provocati da una cena inferiore alle aspettative, ci siamo voluti, per così dire, rifare con l'ultimo vino, che era un po' di tempo che non assaggiavamo: Vin de Paille Hermitage Aoc, prodotto da Gambert De Loche, annata 1996, da uve marsanne e roussanne della Coteaux de l'Hermitage, nella regione del Rodano.

I "vini della paglia", i corrispondenti vini passiti nostrani, sono tendenzialmente sottili ed eleganti e questo non ha fatto eccezioni; discreto nei profumi al primo approccio, si è aperto successivamente, manifestando tutta la sua ricchezza e raffinatezza.

Non stucchevole, pieno di ricordi balsamici e di frutta candita, fresco, quasi mentolato; un sottile sentore di fumo incrementava il numero delle sensazioni piacevoli; la leggera nota amaricante in chiusura foderava la bocca e faceva rimpiangere di aver terminato la bottiglia.

A conclusione della serata, che dire, se non che se è difficile trovare una cucina di alta qualità, ci si può sempre consolare con i vini!

La collina dell'Hermitage vista dalla sponda opposta del Rodano.